I papiri di Carmelo Campanella

Chiara Ottaviano   Cliomedia Officina (Torino)

Carmelo Campanella e il suo papiroCarmelo Campanella è nato a Ragusa nel 1931 e ha vissuto fino a pochi anni fa in campagna allevando bovini. In tarda età ha scoperto di essere custode di un “patrimonio” di valore: era il 2000, l’anno del giubileo, e si trovava su un pullman diretto a Roma insieme ad altri pellegrini. Per intrattenere la comitiva, qualcuno si era impossessato del microfono e aveva cominciato a recitare qualche strofa in dialetto di non so più quale storia di santo, ricevendone grande apprezzamento. A quel punto il sig. Campanella, superando la timidezza, ha pensato di offrire all’auditorio un piccolo saggio della sua straordinaria memoria e del suo vastissimo repertorio di storie e di “cunti”, di canzoni e di preghiere, di motti di spirito e indovinelli, quasi tutto in versi e in dialetto siciliano. E’ stata l’ammirazione suscitata in quel gruppo di sconosciuti, così racconta, a renderlo improvvisamente consapevole del “tesoro” posseduto. Da qui la determinazione nell’intraprendere la sua avventura culturale, ovvero la trascrizione di tutto ciò che aveva impresso nella memoria a cui attribuiva rilevanza e valore, ritenendo che quel tesoro dovesse essere salvato per le generazioni successive e quindi condiviso. La scrittura era il mezzo.

 La prima volta che sono andata a trovarlo

La prima volta che sono andata a trovarlo ero animata da un sentimento di profondo rispetto per l’anziano contadino, che con la sua quinta elementare aveva avuto il coraggio di misurarsi con “l’impresa scrittoria”, ma nutrivo anche una certa diffidenza per quel testo da lui firmato ricevuto via posta elettronica tramite Elisa, la figlia laureata nella facoltà di Lingue. Chi aveva scritto al computer con così tanta sicurezza, passando dal dialetto a un italiano fin troppo forbito? “Io, perché?” mi ha risposto il sig. Campanella. “Lei sa usare il computer?”, ho insistito con manifesta incredulità. “Certo! E’ più facile della macchina da scrivere!”. “Perché lei ha una macchina da scrivere?” “Sicuro! L’ho comprata a rate. L’ho lasciata in campagna”. E in campagna, ha aggiunto ridendo, c’è ancora il “papiro” che mia moglie voleva bruciare nella stufa.

2014-08-10 19.24.06Che cosa fosse il “papiro” lo avremmo scoperto da lì a poco. Nella rimessa della casa in campagna, in fondo a un vecchio baule, arrotolati e legati con lo spago, sono comparse le prime “pagine” scritte a mano: lunghe strisce di carta ricavate dai sacchi vuoti del mangime. Campanella non si è mai posto il problema di chi abbia scritto le storie e le canzoni da lui memorizzate così bene. Per me invece, addestrata ad attribuire un ruolo significativo all’autorialità, rintracciare le molte e imprevedibili origini dei testi da lui trascritti, o anche solo fare delle ipotesi sulla loro provenienza, è stato un esercizio quanto mai eccitante anche se ancora solo agli inizi. Il “tesoro” di Campanella più che una “miniera” di antiche tradizioni (dove magari la vena più preziosa è quella più profonda) trasmesse da padre in figlio è un ricco repertorio di cultura popolare ben circoscritto nel tempo e nello spazio e per questo più produttivamente indagabile: offre tracce e suggerisce indagini sui contenuti e sulle forme dei “consumi culturali” di cui si è nutrita una comunità contadina periferica, quale quella ragusana, fra gli anni trenta e gli anni sessanta/settanta del secolo scorso. La metafora che mi viene in mente non è per questo quella di una miniera ma piuttosto quella di un fiume, che nel corso del suo procedere non sempre placido raccoglie acque di affluenti diversi (provenienti da valli lontane come dalla profondità del sottosuolo) trascinando con sé tutto quello che incontra. L’alto e il basso, l’antico e il moderno, anzi il modernissimo, si assommano e confondono sotto la patina unificante del dialetto. Faccio di seguito solo qualche esempio.

Il Catechismo in dialetto e le storie di Santa Genoveffa e Santa Rosalia

Rubricato sotto la voce I cosi ‘i Diu, insieme a preghiere, scongiuri e formule propiziatorie varie, vi è anche Il catechismo di mio padre in forma di dialogo. Fra le domande finali vi sono le seguenti: “D:Ci su carceri sutta terra? R: Sissignuri, ci su carceri sutta terra. D: E quantu sunu? R: Ci ni sunu quattru. D: E quali su ? R: A prima è chida re Patri Santi ca prima era cina e ora è vacanti. A secunna è u Limmu unni ci vanu i picciridi ca muorunu senza battisimu. U terzu è u Priatoriu ca si ci sta fina ca s’acquitunu i piccati e a quarta è chida ro ‘nFiernu ca si ci stapi pi sempri. In eternu ‘nPararisu e o ‘nFiernu si ci stapi pi sempri in eternu e o Priatoriu fina ca s’acquitunu i piccati.”

Anch’io a suo tempo ho studiato il catechismo, ma questa storia dei “quattro carceri”, e in particolare di quello dei “Padri Santi” che prima era pieno e adesso è vuoto, mi risultava del tutto nuova. In effetti, secondo il dettato del catechismo tridentino, accanto all’inferno e al purgatorio c’era anche il limbo dei Santi Padri, assunti in cielo dopo la discesa di Cristo agli inferi nei tre giorni che precedettero la sua Resurrezione, oltre (sia pure in forma più dubitativa) il limbo dei bambini non battezzati. A quelle verità di fede si rifacevano i Compendi dei catechismi in dialetto siciliano, in forma di domanda e risposta da imparare a memoria, che cominciarono a essere stampati a partire dalla seconda metà del Seicento per essere ancora largamente in uso per tutto l’Ottocento. Il primo Compendio in italiano, pubblicato a Catania nel 1863, era una traduzione dal siciliano del Compendio di Mons. Ventimiglia del 1768. Carmelo Campanella testimonia dunque il fatto che l’evangelizzazione in questa parte della Sicilia ancora all’inizio del Novecento era praticata dai parroci facendo uso dei testi composti in dialetto due secoli prima nello sforzo di una catechesi che riuscisse a raggiungere il popolo.

A secoli ancora precedenti risale forse l’origine delle appassionanti e avventurose storie di Santa Genoveffa, Santa Filomena, Santa Brigida e San Giorgio, ben presenti nella Legenda aurea di Iacopo da Varazze (sec. XIII), il libro che fu un vero e proprio bestseller nel tardo medioevo. Scritto in latino, fu tradotto in volgare in tedesco, francese, ceco, italiano, inglese e pubblicato in migliaia e migliaia di codici manoscritti e poi stampa. A Ragusa le storie dei santi in versi e in dialetto ebbero anche una diffusione popolare attraverso le piccole pubblicazioni della tipografia Criscione, attiva già dal 1888. Come dimostra Campanella, quelle storie potevano essere recitate ma anche cantate durante i lavori agricoli.

Le scenette di Nofrio la storia di Rita e Matteu

Nel variegato repertorio di Campanella non mancano le scenette comiche, che scritte dall’attore palermitano Giovanni De Rosalia, che a partire dal 1907 calcò la scena dei teatri di New York dove accorrevano gli emigranti siciliani. Personaggio ricorrente delle sue commedie è Nofrio, con un chiaro riferimento al personaggio delle vastasate palermitane. “Sig. Campanella, per caso lei ha mai sentito qualche disco di Nofrio?” gli ho chiesto dopo avere scoperto che più di 200 dischi con quelle scenette erano stati prodotti negli Stati Uniti tra il 1916 e il 1926. “Sì che li sentivo” è stata la risposta, “ Erano della mia vicina di casa che li aveva portati dall’America”. In questo caso, dunque, nel “tesoro” di Campanella non ritroviamo qualcosa di tramandato in famiglia ma piuttosto contenuti di cui era venuto a conoscenza, grazie all’industria discografica e al movimento degli uomini e delle donne tra un continente all’altro.

La storia di Rita e Matteu è stata invece scritta dal popolarissimo cantastorie Orazio Strano (1904-1981), il più noto della Sicilia orientale, che nel 1955 arrivò a calcare il Piccolo di Milano e a incidere il suo primo 45 giri. Probabilmente Carmelo Campanella riuscì a memorizzare tutte le strofe non tanto ascoltando i dischi ma grazie ai foglietti che venivano venduti durante lo spettacolo in piazza con i testi dello spettacolo.

L’ultima impresa: I Paladini di Francia e Internet

Campanella afferma orgogliosamente di avere fatto tutto da solo e di non avere copiato. E’ infatti perfettamente informato sul fatto che esistano altre pubblicazioni con contenuti simili ai suoi ma deliberatamente ha scelto di non uniformarsi ai testi a stampa già esistenti, restando fedele alle varianti delle versioni da lui memorizzate. E se dalle sue ricerche riesce a trovare fonti più complete la scelta nella trascrizione è di integrare il racconto con qualche riga in corsivo. Adesso ha in mente di scrivere la storia dei Paladini di Francia per come l’ha appresa da suo padre. Per i passaggi che non ricorda ha già intrapreso la sua ricerca su Internet.

Per saperne di più

La storia del contadino-scrittore Carmelo Campanella è stata rilanciata dall’ANSA e dal Corriere della Sera come un nuovo “caso” simile a quello di Vincenzo Rabito, il cantoniere chiaramontano autore di Terra matta pubblicato da Einaudi nel 2007. Per chi volesse sapere di più sull’ impresa scrittoria di Campanella, “etnografo di se stesso e del proprio mondo”, come scrive a riguardo il classicista Gianni Guastella (Università di Siena) e sulla contiguità fra tradizione orale e internet (così nella nota di Andrea Nicita), si rimanda all’Archivio degli Iblei dove sono consultabili sia gli scritti di Campanella sia le registrazioni audiovisive che lo riguardano.

 

 

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