Conversazione con Donatella Di Pietrantonio

Patrizia Sambuco

I suoi romanzi in breve tempo hanno portato Donatella Di Pietrantonio al centro del panorama letterario italiano. Il primo, Mia madre è un fiume (2011), ha ricevuto diversi premi; il secondo, Bella mia, candidato al Premio Strega, ottiene il Premio Brancati 2014; e nel 2017 L’Arminuta ha vinto il Premio Campiello. Nonostante questa progressiva visibilità e l’evidente successo di pubblico, Di Pietrantonio ha spesso affermato di fare fatica a considerarsi una scrittrice. La sua abitudine alla scrittura si è sempre svolta parallelamente alla sua professione di dentista; infatti la scrittura è stata per lei un hobby coltivato sin da bambina piuttosto che l’attuazione di una professione ricercata. Nella primavera 2018 ho parlato con lei dei suoi tre romanzi e della sua scrittura…..

1) Il Suo primo approccio alla scrittura è avvenuto attraverso i racconti, anche per bambini. Il successo è arrivato con Mia madre è un fiume che tratta argomenti quali l’Alzheimer, la memoria culturale e il rapporto madre e figlia. Quali sono le caratteristiche stilistiche del Suo precedente lavoro che l’hanno aiutata nella stesura di questo romanzo?

DDP: I racconti per bambini non sono esattamente precedenti a Mia madre è un fiume, li ho scritti in un periodo molto limitato e preciso che corrisponde all’infanzia di mio figlio. Io ho iniziato a scrivere da bambina, i miei primi tentativi sono state poesie in rima e poi racconti. I racconti per bambini, -si tratta di vere e proprie fiabe-, sono state una forma narrativa a sé stante, ma l’immaginario dell’infanzia mi appartiene anche in quanto adulta. Il tipo di metafore che rimandano alla natura (mia madre è un fiume, mia madre è un albero, mia madre è una viola, ecc.), possono magari rinviare ad una vita infantile che io non ho perso da adulta.

2) All’origine della storia di Mia madre è un fiume c’è un dolore (o una serie di dolori), quello della figlia che deve fare i conti con la sua relazione con una madre anaffettiva che ha bisogno di lei, e quello della malattia. Nonostante il dolore, non c’è disperazione: il racconto è la razionalizzazione del dolore. Stilisticamente e strutturalmente tutto è molto misurato. Cosa può dire di questa ricerca di misura che forse è un tratto distintivo della Sua scrittura?

DDP: Sì, in quel libro la scommessa è un po’ trovare un equilibrio tra una parte di dialogo tra io narrante figlia – tu narrato madre, e una parte invece più introspettiva in cui la figlia va a lavorare magari sui contenuti, ma in un dialogo solitario con se stessa. Naturalmente queste sono anche le parti più crude, più sincere in cui la figlia non usa filtri, perché non ha il problema di dover proteggere la madre da contenuti dolorosi. Quindi c’è questa alternanza tra le due modalità. Sono tratti caratteristici solo del primo romanzo.

3) Il romanzo ha dei tratti autobiografici, non solo per l’ambientazione geografica. Può spiegare la relazione tra le scelte stilistiche e lo scrivere di elementi autobiografici sensibili.

DDP: Io mi sono affidata ad una specie di flusso interiore. Tra l’altro quello è stato il mio romanzo d’esordio, e non c’è stato uno studio preliminare sulla forma da dare. Mi sono messa semplicemente in ascolto di un flusso interno, ed ho riportato questa voce che mi sgorgava da dentro. Poi naturalmente c’è stato un lavoro di limatura, ma quello che voglio dire è che quella di Mia madre è un fiume non è stata una forma particolarmente studiata.

4) In Mia madre è un fiume si parla dell’Alzheimer della madre, ma la difficoltà di ricordare è anche il processo interiore della figlia. Quanto è importante il concetto di memoria per Lei come scrittrice?

DDP: Sì, per me la memoria è molto importante. In quel romanzo non c’è solo la memoria che riporta una storia personale e famigliare, non solo la memoria di questa relazione madre e figlia problematica, vista nel contesto del nucleo famigliare, ma c’è una memoria più larga che va a comprendere un contesto ambientale. Quindi quello che la voce narrante cerca di colmare non è solo personale, che riguarda un personaggio. L’ambiente abruzzese ha conservato fino a pochi decenni fa, elementi anche ancestrali, arcaici, che però ora sono molto dimenticati, superati nella modernizzazione, nella globalizzazione. Volevo fare anche un lavoro su questo e cercare così di dare voce a quella parte lì, alla storia piuttosto recente del territorio che però vedo abbastanza rimossa.

5) In un certo senso il romanzo non finisce. L’ultima frase del romanzo non si conclude con un punto. Perché questa scelta?

DDP: Come scrittrice ho una vera e propria passione per i finali aperti, poi in Mia madre è un fiume l’idea era quella di dare, in un’unica pagina finale, una voce alla madre che nel romanzo vero e proprio non ha mai avuto una voce, tuttalpiù ha avuto un’eco nel racconto della figlia, ma mai una voce propria. L’ultima pagina riporta questa voce in cui si sente anche la malattia.

6) Bella mia ha un’ambientazione molto specifica, l’immediato post-terremoto dell’Aquila, ma c’è anche la storia di un terremoto degli affetti in una famiglia. La devastazione della città è in posizione laterale rispetto alla storia personale della protagonista. Quali sono le motivazioni di questa scelta?

DDP: Penso che nel caso di Bella mia il terremoto sia stato in realtà un ‘pre-testo’, nel senso che è avvenuto prima dell’inizio della narrazione, ed è proprio un pretesto per raccontare la perdita, il dolore, il lutto ma anche la capacità umana di trasformazione del dolore. Una città terremotata come L’Aquila era lo sfondo ideale che mi ha consentito di esplorare il tema della perdita: quella personale dell’io narrante che perde la sorella gemella, quella famigliare – perché è una perdita che lei condivide con sua madre e con suo nipote, in quanto la perdita di Olivia è un lutto centrale che accomuna i membri di questa famiglia anomala (Caterina ha perso la sorella gemella, la madre anziana ha perso la figlia, Marco ha perso la madre), e infine c’è sullo sfondo una visione collettiva della comunità che ha perso anche il luogo, la città.

7) Qual è dunque la funzione della letteratura rispetto ad eventi drammatici quali il terremoto dell’Aquila?

DDP: Sono sempre molto scettica riguardo alla funzione della letteratura. Mi sembrerebbe quasi una presunzione pensare che un libro possa avere una funzione. L’unica funzione che io posso riconoscere nei miei testi è quella di trasferire emozioni ai lettori. Se il provare delle emozioni possa essere utile, sono contenta. Quello di tramettere emozioni è il mio obiettivo. Se questo raggiunge i lettori, sta a loro dirlo.

8) Nel libro non si parla di solidarietà ai terremotati, nonostante a L’Aquila ci siano state diverse espressioni di solidarietà.

DDP: Sicuramente c’è una parte di critica anche non molto velata a quella che è stata la gestione dell’emergenza del terremoto. C’è l’episodio del tappo dello spumante (la protagonista stappa delicatamente la bottiglia di spumante donata dal governo e fatta trovare in ognuna delle casette post-terremoto, e lo versa nel lavandino). C’è anche la passerella dei politici ai funerali. Nella parte in cui si racconta la vita nelle tendopoli, vengono nominate delle forme di solidarietà che sono state, secondo me, soprattutto operazioni mediatiche, come gli chef stellati che venivano a cucinare i pasti nelle tendopoli dell’Aquila, le rock star che venivano a fare i concerti a L’Aquila. Lì c’è una critica esplicita. Per me il solo fatto di riportarle, è una critica esplicita. Il romanzo non voleva portare solidarietà ai terremotati. Credo che aver raccontato il dolore, il lutto, la perdita sia sufficiente per un’opera narrativa.

9) Il romanzo si conclude con la figlia che parla di cose quotidiane e con la descrizione della madre come di una figura provata dalle sofferenze della vita, ma forte. La nuova edizione pubblicata da Einaudi quest’anno, nella quarta di copertina descrive il messaggio del libro come uno di ‘speranza e rinascita’, ma a me sembra che questi due termini siano troppo positivi per comunicare il dolore associato ai protagonisti, che pur continueranno a ricostruire la loro vita. Riesce a trovare un punto di convergenza tra queste due diverse interpretazioni?

DDP: Credo che soprattutto la protagonista e voce narrante paradossalmente riesca a trovare proprio in questa esperienza dolorosa, una strada per individuarsi come essere autonomo rispetto alla sorella gemella. Caterina è sempre stata un po’ all’ombra, sempre un passo indietro rispetto a questa sorella così solare, adeguata e pronta ad affrontare le situazioni. Quindi paradossalmente è proprio nel momento in cui questo forte sostegno le viene a mancare, che lei inizia un percorso personale di crescita, e lì che comincia a cercare dentro di sé delle risorse che nemmeno sospettava di avere. Veramente c’è questa capacità di sostituire un dolore e di trasformarlo.

10) Tutti e tre i romanzi presentano un rapporto, spesso non paritario, tra due donne tra cui avviene uno scambio di saperi e di sentimenti: madre e figlia in Mia madre è un fiume, le due sorelle gemelle in Bella mia e le due sorelle in L’Arminuta. C’è un desiderio consapevole di esprimere l’importanza di una interrelazione tra donne?

DDP: Sì, in genere racconto la maternità, racconto relazioni madre e figlia in cui la madre non è adeguata al suo ruolo. Ma diciamo c’è sempre poi una seconda possibilità data da figure sostitutive femminili che, pur non riuscendo a colmare completamente la mancanza data dal rapporto con la madre, possono comunque in qualche modo riparare quella ferita dovuta proprio ad un materno che non riesce ad essere come dovrebbe, consentivo, curativo, accudente. Queste interrelazioni tra figure femminili vanno sempre in qualche modo a colmare, per quanto possibile, un vuoto pre-esistente.

11) Il libro si apre con una citazione tratta da Menzogna e sortilegio di Elsa Morante. In effetti gli echi di Morante, soprattutto nella ricerca di identità, sono rinvenibili altrove. Ma Lei ha anche parlato del debito di ispirazione ai racconti di un’antica usanza locale, cioè quella di far crescere i figli con parenti o conoscenti, nel momento in cui la famiglia di origine attraversava delle difficoltà. Può parlarci della valenza di queste due suggestioni, quella letteraria e quella della tradizione locale?

DDP: In realtà, come tradizioni letterarie io non le saprei indicare dei modelli consapevoli. Per me l’influenza di modelli letterari agisce in un modo segreto, coperto, nel senso che ci sono stati nella mia vita, dei libri che sicuramente mi hanno cambiata profondamente –e che non sono quelli della Morante- e che sono molto attivi nel momento in cui io scrivo. Ma lo sono appunto nel senso di una memoria inconsapevole di quei tempi. In quanto magari li ho letti molti, molti anni fa, e li ho poi rielaborati all’interno della mia esperienza di vita, e poi riemergono nella scrittura. Sicuramente ci sono nella scrittura dei tempi di quelle letture, ma in una maniera assolutamente coperta. È più facile per me individuare e ricordare le storie orali che io sentivo raccontare durante la mia infanzia. Erano storie appunto di bambini affidati informalmente ad altre famiglie, che mi colpivano moltissimo nonostante fossi bambina. Io ero molto impressionata e quello che mi chiedevo, e in fondo è la domanda che si sente poi in tutto il romanzo, il ruolo genitoriale è veramente di chi ci ha generati, partoriti o chi ci ha cresciuti?

12) Tutti e tre i suoi romanzi sono ambientati in Abruzzo, in zone diverse e in periodi storici diversi. Nel romanzo che le ha conferito maggiore successo, L’Arminuta, la collocazione geografica è meno delineata rispetto agli altri due. Si potrebbe dire che il paesaggio abruzzese rimane più da sfondo, e meno protagonista rispetto agli altri romanzi?

DDP: Sicuramente nell’Arminuta non c’è una toponomastica che ci lasci individuare l’Abruzzo, anche se poi ci sono indizi come la coperta abruzzese, gli arrosticini, che ci rimandano al territorio, ma c’è un elemento che secondo me, è molto più potente degli altri libri, che è il dialetto, che nell’Arminuta va a raccontare il territorio, l’Abruzzo interno.

13) Ha dedicato il suo Campiello all’Abruzzo. Quali sono i significati della Sua dedica?

DDP: È stata una dedica spontanea, emotiva. Avevo vissuto come tutti gli abruzzesi un anno terribile, segnato da catastrofi di ogni genere. Per cui poteva essere semplicemente come ho detto, un omaggio che una figlia poteva riportare alla terra madre, quasi un tentativo, per quanto modesto, umile, di riparazione delle ferite del territorio che lo hanno segnato l’anno scorso.

14) Gli eventi si svolgono in un periodo storico preciso, la metà degli anni ’70. Si tratta di un periodo complesso per la storia dell’Italia, anche se gli echi della Storia non sono apparentemente visibili nel romanzo. Quali sono state le Sue motivazioni per la scelta dell’ambientazione negli anni ’70?

DDP: Ho scelto una protagonista della mia stessa età per essere più accurata. Quindi la protagonista è nata all’inizio degli anni sessanta come me, e negli anni 70, a 13 anni le capita di subire questo trauma, questa espulsione. La motivazione è quella di poter ricostruire più facilmente l’ambientazione storica, nel senso che io do voce ad un ragazzina che ha 13 anni nel 1975 perché ho potuto più facilmente ricordare quali erano gli interessi nel 1975, quando appunto avevo 13 anni.

15) Lo stile de L’Arminuta è molto diverso da quello dei precedenti romanzi. Le molti e sorprendenti metafore dei primi due romanzi lasciano spazio ad uno stile asciutto, una dinamica quasi filmica. Infatti tra gli altri premi, il romanzo ha ricevuto il premio ‘Zanetti: un libro per il cinema’ e sarà presto un film con la regia di Giuseppe Bonito. Ci può parlare di questa diversa scelta stilistica? Si tratta di un libro che ha attraversato diverse stesure per una ricerca di essenzialità?

DDP: L’essenzialità è sicuramente un mio obiettivo formale, ma l’essenzialità è anche la caratteristica della voce di un personaggio che ha subito un trauma fortissimo. Nel momento in cui scrivevo per lei, usavo la sua voce, mi sembrava che lei non potesse avere una sua lingua ridondante, più complessa, più artefatta.

16) L’Arminuta è strutturata su opposizioni: le due madri, il mare e la montagna, la vita borghese della famiglia adottiva e la povertà della famiglia d’origine. Ma si può dire forse che la relazione dell’Arminuta con la sorella Adriana in un certo senso genera una prospettiva al di fuori delle opposizioni? Il legame tra di loro, sviluppatosi attraverso la sofferenza, è l’unico vero rapporto, dopo la delusione di entrambe le famiglie e di entrambe le madri. Abbiamo di nuovo di fronte due figure femminili che resistono alle durezze della vita, e che in questo trasmettono un messaggio molto positivo.

DDP: La relazione tra le sorelle nasce soprattutto, dal punto di vista dell’Arminuta, come un tentativo di conciliare due mondi inconciliabili: quello che l’ha generata e quello che l’ha cresciuta. Questi due mondi corrispondono da un lato alla famiglia biologica e al paese, e dall’altro alla famiglia adottiva, la città, l’ambiente piccolo-borghese in cui trascorre 13 anni di vita. Sono due mondi opposti, ma la scommessa per la sopravvivenza dell’Arminuta è proprio nel trovare una posizione tra questi due mondi in cui lei concilia le energie di entrambi. La trova attraverso questa relazione tra pari, tra sorelle. Adriana è un po’ la figura dell’aiutante, che la introduce nel mondo per lei sconosciuto che l’ha generata.

17) Lei ha sempre considerato il Suo lavoro di scrittrice come un’aggiunta a quello che è il Suo lavoro di dentista. Rimane questa la Sua posizione, anche dopo il successo del suo ultimo libro?

DDP: Diciamo che sto ridefinendo i tempi delle due attività. L’Arminuta mi pone comunque di fronte a delle scelte. Penso di avere anche una responsabilità diversa verso i lettori, per cui sto un po’ ridefinendo i tempi.

Questa intervista risale alla primavera 2018. Donatella Di Pietrantonio ha riletto e corretto la versione finale che le ho mandato.

 

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