Maria Minicuci Università di Roma Sapienza
Queste riflessioni prendono lo spunto da una circostanza particolare: la presentazione nel luglio 2013 ai diretti interessati di un mio libro da poco pubblicato ( Politica e politiche: etnografia di un paese di riforma: Scanzano Jonico
, 2012) su una ricerca di lunga durata in un paese della Basilicata, Scanzano Jonico
, nato al seguito della riforma agraria del 1950 e oggi di 7129 abitanti.
La riforma ha installato su un territorio di oltre 6500 ettari espropriati ai latifondisti quasi mille assegnatari provenienti da circa cento paesi diversi, con l’obbligo di residenza sui poderi assegnati. Dall’analisi di questa singolare comunità e del problema, fortemente avvertito dagli assegnatari, della creazione di una identità collettiva, la ricerca ha poi rivolto l’attenzione al ceto politico locale, chiamato a gestire una situazione nuova e complessa.
La mia prima difficoltà nasce dal titolo da dare a queste riflessioni, non trovando pertinente ‘ritorno sul terreno’. La ricerca, durata molti anni, comportava frequenti ritorni e un costante aggiornamento sulle vicende locali: ho vissuto in più zone del paese e le ho percorse tutte. Non vi è stato dunque un “ritorno” che si possa connotare come tale nel senso di riandare sul campo, lasciato dopo la fine della ricerca, non essendo di fatto scomparsa dall’orizzonte degli abitanti che ritrovavo e mi ritrovavano in una continuità “normale” in cui mi venivano fornite informazioni di ogni genere e risposte ad ogni mia domanda, come se fosse ovvio che dovessi essere aggiornata sulle vicende del paese.
Poi ho pensato alla presentazione dei risultati della mia ricerca come una specie di ‘ restituzione ’, avvertita da me come un dovere. Ma perché definire restituzione qualcosa che non avevo sottratto ma chiesto e ricevuto o, più spesso, costruito a più voci? Il termine stesso, emotivamente accattivante ma discusso tra gli etnografi, qui slitterebbe da oggetti rubati o terre trafugate a qualcosa di molto diverso e meno concreto: le ricerche compiute.
Un’altra serie di problemi è venuta a galla nell’organizzazione della presentazione del libro che cominciava a configurarsi come strumento del gioco politico locale. A farsi promotori dell’iniziativa sono stati per primi un giovane ambientalista e colui che era stato sindaco nel periodo di maggiore intensità della ricerca. Mentre il primo proponeva di organizzare la presentazione in varie sedi, comprese le campagne, il secondo riteneva che fosse assolutamente doveroso da parte dell’amministrazione comunale farsene carico e si muoveva reiteratamente per sollecitare questa scelta, senza ottenere alcun risultato, ma impedendo che altre soluzioni si potessero trovare. Tra questo ex-sindaco e quello in carica, come pure con tutta l’amministrazione comunale e, in particolare con l’assessore alla cultura, i rapporti erano pessimi per cui quanto proposto da lui non aveva alcuna possibilità di essere accolto. Egli, d’altro canto, insistendo, intendeva costringerli a misurarsi con la sua sponsorizzazione, fallita la quale si era ritirato. Grazie all’intervento di altri due politici, in buoni rapporti con l’assessore, l’amministrazione comunale aveva infine deciso di assumere l’iniziativa, escludendo però tutti gli altri proponenti dall’organizzazione della stessa. Non avendo trovato al loro interno chi potesse presentare il libro si erano rivolti infine a me e avevano accettato il nome da me proposto di una collega di altra zona. Non avevano previsto alcun coordinatore, malgrado vi fosse in loco un giornalista del maggior quotidiano della zona, che svolgeva di solito tale ruolo, non essendo ritenuto vicino all’amministrazione a cui aveva rivolto non poche critiche. La pubblicità dell’avvenimento è stata minima. Solo qualche giorno prima è stato stampato un volantino, distribuito a mano essenzialmente nel centro, su cui non apparivano che il titolo del volume e il luogo e l’ora della presentazione. Quindi tra i presenti vi erano solo degli assegnatari direttamente avvertiti per telefono dall’ex-sindaco proponente, abitanti del centro, alcuni esponenti dell’amministrazione in carica ma quasi nessuno di quella che più avevo seguito. Mancava anche la maggior parte degli uomini politici intervistati nel corso della lunga ricerca. Non lo sapevano, non partecipavano alle iniziative con cui non erano solidali o più semplicemente e più probabilmente non erano interessati, non avendo neppure letto il libro?
Al mio arrivo alla presentazione sono stata accolta molto calorosamente dai presenti, circa una sessantina di persone. Due di loro hanno dichiarato di essere venuti proprio per riabbracciarmi ma che non si sarebbero fermati perché si trattava di un’iniziativa dell’amministrazione con cui erano in totale disaccordo politico. Ho incontrato anche, prima di entrare, due personaggi a cui ho dedicato un capitolo del libro: un ex-sindaco, protagonista di più di un stagione politica, al centro di diverse inchieste giudiziarie e al momento interdetto dai pubblici uffici, e il parroco dell’epoca, suo fedele alleato e sponsor, da cui mi aspettavo qualche contestazione, come se le aspettavano alcuni dei presenti, avendo, oltretutto, già manifestato il sindaco in questione a qualcuno l’intenzione di protestare scrivendo al Rettore della mia università. E la contestazione c’è stata.
Non riferirò degli interventi, tre dei quali di anziani uomini politici, che non conoscevano il libro e che avevano parlato solo della riforma agraria, e di un avvocato e del giornalista che si erano espressi in termini fortemente elogiativi, come pure l’assessore e il sindaco in carica che anche loro non lo avevano letto, pur avendolo ricevuto da mesi. Mi soffermerò invece su quello del ex-sindaco più volte arrestato riferendo le sue accuse principali:
1. Il libro non aveva alcuna validità scientifica perché mancava dell’obiettività richiesta a uno studioso, essendomi io rifatta sistematicamente a fonti (libri, giornali e documenti) della mia “parte politica”.
2. Avrei riferito voci “infamanti” di anonimi, non individuabili dalle sole iniziali, sullo “specchiatissimo” parroco. Per inciso, il parroco, presente, non solo non era intervenuto, ma alla fine, prima di andar via, dopo avermi abbracciato, mi aveva regalato tre sue pubblicazioni con dedica attestante stima e simpatia.
3. Non avrei verificato di persona l’attendibilità di quanto riferito dalle fonti orali e scritte, non essendo andata a raccogliere le versioni sue e del parroco.
4. Avrei commesso un errore grave citando una società invece di un’altra nel raccontare la vicenda dello sfruttamento delle miniere di sale. Tale errore configura la probabilità di una denuncia.
Il suo intervento non era stato minimamente ripreso da quanti avevano parlato dopo di lui e gli astanti, dopo aver manifestato con i gesti e con la mimica facciale il loro disaccordo con quanto stavano ascoltando, alla fine della presentazione lo avevano commentato con scherno e con disprezzo. La mia risposta, tesa soprattutto a spiegare il senso del lavoro antropologico, aveva ricevuto molti apprezzamenti, ma non era piaciuta al principale sostenitore della manifestazione, l’ex-sindaco, suo acerrimo antagonista, perché non avevo attaccato, come avrei dovuto, vale a dire “duramente e sbattendogli in faccia tutto”, sue colpe e responsabilità. Le contestazioni aprono comunque la strada a questioni più generali.
La prima contestazione rivoltami rinvia ai problemi che si pongono nel fare ricerca su un campo sensibile quale è quello della politica senza incorrere nell’accusa di avere già idee precostituite o di essere schierati, il che rinvia a sua volta alla posizione dell’antropologo sul terreno e a quanto può essere detto e a quanto dovrebbe essere taciuto.
La seconda pone dei problemi da sempre discussi tra gli etnografi. Innanzitutto la questione del rispetto delle fonti orali che chiama a sua volta in causa la tutela degli informatori e rende pienamente responsabile il ricercatore che le riferisce. Nel mio caso non si trattava di accuse “gravi ed infamanti” e, tuttavia il problema rimane. Il dilemma è tra etica e giurisprudenza, e riguarda in particolare la legislazione sull’informazione e la comunicazione dei Paesi in cui si fa ricerca. Analogamente, rinviare a delle fonti scritte quali, per esempio, nel caso in questione, le citazioni da libri e articoli di giornali sulle vicende giudiziarie del mio accusatore, può configurare la possibilità di una denuncia?
La terza riguarda il problema della ‘verità’. Nel caso di ricerca sulla politica diventa un enjeu ambiguo, scivoloso e, in qualche modo ineludibile da parte degli informatori che, immessi in un campo di forze contrapposte, richiedono che il ricercatore assuma le loro verità perché su queste si possono fondare carriere e reputazioni (e questo non riguarda solo la politica, come dimostra, in questo caso, il riferimento al parroco).
La quarta, la minaccia di una denuncia, è un problema aggravato dall’uso delle informazioni, difficilmente controllabili, offerte dall’internet, che consente ai soggetti delle nostre ricerche non solo di prendere visione dei nostri lavori, ma anche delle recensioni, delle presentazioni e delle cronache che ne fa la stampa. Come si vede, il tentativo di essere ‘accountable’ alla comunità studiata si rivela tutt’altro che facile.