Neanche esclusivamente australiano

Matthew Absalom   University of Melbourne

Sono un’anomalia. Nato da genitori di origini anglosassoni e cresciuto in un ambiente decisamente monolingue ho finito per condurre la mia vita in un mondo ‘mistilingue’. Sono ormai quasi 15 anni che ricorro alla lingua italiana ogni giorno della settimana, e non soltanto per lavoro. In classe mi faccio chiamare «Matteo», soprattutto perché da fonologo mi da fastidio la pronuncia italianizzata del mio nome: [mettju] oppure, ancora peggio, [mett∫u]. Poi, però, ci sono altri due motivi. Primo, per gli studenti pronunciare il mio nome in inglese rompe il ritmo dell’italiano e comporta scontri fonologici tra il sistema australiano e quello italiano. Secondo, l’uso del mio nome italiano rappresenta simbolicamente la mia identità mista o frantumata – dipende dal punto di vista… Trasformare in italiano il nome è un conto, pensare di fare altrettanto col cognome è tutt’un altro discorso, sicché il mio cognome tradisce sempre la mia non-italianità. Per questo motivo, tutti mi dicono sempre «Ma sei innamorato dell’Italia, dell’italiano e di tutte le cose italiane, vero?» Purtroppo la risposta è un «no» enfatico. Per me, questa domanda rappresenta un modo di pensare troppo semplicistico, o forse troppo da monolingue. Certo che amo l’Italia, cioè quell’Italia dell’immaginario, idealizzata, il paese del buon costume, del mangiar e bere bene, della gente simpatica e espansiva ma anche impegnata, del caffé sempre e comunque buono, degli occhiali (solo in Italia si vedono uomini di una certa età che portano l’ultima moda in materia di occhiali), il posto ove lascio e  ritrovo il mio cuore ogni volta che ci vado, ma anche l’Italia delle Italie e, infine, un’Italia di tutti i giorni…

Ma, nel mio particolar caso, questo discorso è sbagliato. Anzi, sbagliatissimo. Per me è molto di meno ma anche molto di più. Non sono un altro Frances Mayes o Elizabeth Gilbert anche se il sangue che mi corre nelle vene è erede in un certo senso di quell’adorazione pedissequa verso l’Italia dei miei avi inglesi. Ho detto prima che sono cresciuto in un contesto prettamente monolingue. È vero che la mia mamma nata in Inghilterra e emigrata in Australia quando aveva 10 anni  parlava solo l’inglese, e che anche il mio babbo di quarta o quinta generazione australiano ma di origini anglo-irlandesi sapeva solo l’inglese. Ma nella mia piccola cittadina, a parte gli australiani di stirpe anglosassone, c’era un’altra etnia – gli italiani. Le zone agricole hanno sempre avuto un certo fascino per la diaspora italiana e non c’era niente di diverso nel mio paese circondato com’era di frutteti – una curiosità: adesso si fa un ottimo olio d’oliva da quelle parti. Diciamo che le mie parti avevano un clima mediterraneo – lunghe estati calde e asciutte e inverni assolati ma freddi. Nei  primi nove anni della mia vita abitavamo in paese. Poi dopo ci spostammo in aperta campagna – spostamento dovuto a cambiamenti familiari, la solita musichina fine ventesimo secolo: divorzio, nuovi compagni, nuove case, ecc. Ma queste sono altre storie, concentriamoci sul mio primo periodo «italiano» – i miei primi nove anni di vita per l’appunto – periodo chiave per capire chi e come sono oggi. Coloro che conoscono la storia dell’Italia del secondo dopoguerra sanno che ci furono ondate di emigrazione italiane verso gli Antipodi che durarono fino agli anni Ottanta. Di solito arrivavano prima i mariti e padri di famiglia, lavoratori che hanno praticamente costruito l’Australia, per poi essere raggiunti da mogli e, a volte, dalla progenie. È successo proprio così nella casa accanto alla nostra: quando avevo solo un anno, sono arrivati moglie e figlio del siciliano silenzioso e serio, nostro vicino di casa. Come archetipi di una visione stereotipata della cultura italiana si chiamavano Adam(o) e Maria (riassumendo con il loro nome il rapporto tra l’Italia e il cristianesimo – aspetto storicizzante), i genitori del piccolo Frankie (nome italiano per eccellenza nei contesti della diaspora italiana – aspetto modernizzante). Anche se gli italiani lasciano la terra madre e la patria, portano sempre con loro un’identità infrangibile – prova di ciò ne è l’ubiquità della cucina italiana. I miei vicini di casa non si sono accontentati di stare lì fermi ad adeguarsi alla nuova realtà della terra incognita, del giovane paese senza una chiara identità culturale, degli Antipodi liberati dal peso della storia ma incarcerati dalla loro stessa libertà. Anzi. Sradicati linguisticamente e culturalmente, hanno provato a riprodurre, a trapiantare, a ricostruire l’Italia che si sono lasciati alle spalle.

E gliene sarò eternamente grato. Il giardino sul retro, il «backyard» o la «iarda», come si dice in italo-australiano, diventò un nirvana del Mezzogiorno – un orto come solo gli italiani sanno farlo. E Maria, l’instancabile calabrese, era sempre occupata con le varie faccende di casa: il pane che preparava, le lenzuola che asciugava sul praticello (pratica ignota agli australiani) e i fagioli che metteva a seccare, il sapone che faceva lei in una specie di crogiuolo che io pensavo fosse magico.  Nel mio piccolo mondo strettamente monoculturale di taglio anglosassone arrivavano dunque  odori, rumori e sapori di un’Italia paradisiaca. Ero precoce nel camminare sicché sapevo già scalare il piccolo recinto che separava le nostre case all’arrivo di Maria e Frankie. Per una fortunata coincidenza di due fatti, avevo una vincente motivazione che mi portava sempre dai D’Aquila: la mia mamma (sto per scrivere una cosa non molto politically correct ma alquanto vera a mio parere) essendo di origini inglesi non sapeva cucinare per niente, ma proprio per niente. Anzi, sapeva preparare solo cose incommestibili, schifezze insomma. Maria invece era la Madonna della cucina – sapeva fare di tutto e lo faceva sempre bene, ma proprio bene. Il secondo fatto era che avevo due genitori giovani giovani che mi lasciavano fare – per la mia mamma che restava a casa tutti i giorni col figliuolo birichino e troppo vivace forse era una benedizione mandata dal cielo il fatto che il pargolo amasse stare dai vicini dal primo mattino fino alla sera. Mi ricordo tanti dettagli della vita dei miei carissimi D’Aquila: Frankie che mangiava tutt’un pacchetto di teddybear biscuits con il caffellatte per la colazione, Maria che sfornava pagnotte fatte dalle sue carnose mani anche durante il caldo d’estate, Adam che aveva una voce stentorea che mi faceva una paura. Mi hanno fatto provare una goccia di vino all’età di tre anni, e poi verso i cinque anni il bruciore amico della grappa fatta in casa. Un rumore che mi è sempre rimasto impresso nella memoria: la voce di Maria che gridava «Venn acca, Franco» dalla veranda dietro casa dove pendevano salumi di produzione artigianale davanti alla vigna di famiglia.

Non sono italiano, ma non mi sento neanche esclusivamente australiano, soprattutto perché certe mie cose sono di provenienza diversa. Forse sono cose banali, ma per me le banalità hanno una loro verità innegabile, essendo talvolta subconscie. Ad esempio, devo bere il caffè (sempre e comunque espresso – ma così lo bevo da ben 20 anni, cioè prima della mania australiana del buon caffè) dopo mangiato: mi viene naturale. Si fa così. Non riesco a mangiare e bere il caffè allo stesso tempo. Non è abitudine acquisita questa, è che non mi va ora come non mi è mai andato prima. Mi sono reso conto un giorno, soffermandomi in un bar pratese, che la maggior parte degli italiani chiude il mangiare con il caffè, non lo accompagna. Come me. Il mio italiano ha radici non dissimili da quello di tanti «italo» (recentemente mi sono trovato a Venezia dove la commessa in un negozio vodafone ha descritto i figli di emigrati italiani così) – un contatto precoce in un ambiente familiare. Così come il contatto italiano ha trasfigurato in modo postmoderno un backyard australiano in un eden ‘suditaliano’, il contatto con degli italiani mi è entrato dentro riconfigurandomi linguistico-culturalmente avvicinandomi per sempre all’umanesimo europeo sia in quanto proprio della mia eredità culturale, sia in quanto caratteristico della cultura italiana che mi ha adottato.

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