Il mestiere della fuga?

Francesco Ricatti   University of the Sunshine Coast

La fuga nella vita chi lo sa

che non sia proprio lei la quinta essenza

(Paolo Conte)

Go beyond borders

(CNN)

Life’s borderless

(LG)

Se vince il no ce ne andiamo

(Sergio Marchionne)

Vivo ormai da più di otto anni in Australia, ma mi capita ancora spesso che parenti, amici e conoscenti mi chiedano che cosa mi manca dell’Italia. Rispondo allora compiaciuto, ma con un velo di malinconia: ‘Totti e la pajata’.

‘Eccolo lì –mi dicono allora– eccolo lì il solito romano provinciale…’.

Provinciale io? Sono cresciuto in Sardegna, vivo in Australia, mia moglie è tailandese e i miei migliori amici sono tedeschi, spagnoli, colombiani, coreani, australiani e giapponesi, più qualche italiano, e persino un laziale. Dunque, provinciale io proprio no! Ma parlare di Totti e di pajata è solo un modo un po’ provocatorio per parlare d’amore, l’amore vero che non si può spiegare. Come li spieghi Totti e la pajata? A spiegare Totti ai profani ormai nemmeno ci provo più. Ma pure la pajata come la spieghi? Come lo spieghi che le intestina del vitello da latte elevano il plebeo rigatone a raffinatezza culinaria? Comincio di solito con la semplice descrizione: ‘si fa un sugo a cui si aggiungono le intestina del vitello da latte…’; e qui la gente già ti guarda disgustata. Allora provo un approccio più didascalico: ‘dato che il vitellino prende solo il latte della mamma, la parte iniziale del suo tratto intestinale contiene una specie di caglio che in cottura si coagula formando una sorta di ricottina deliziosa…’; niente da fare, stessa faccia disgustata, e in più ti guardano come se fossi un barbaro sterminatore di vitellini innocenti…

Parlo di Totti e di pajata perché ciò che amo e a volte mi manca non è l’Italia in sé, come astrazione geopolitica o come richiamo patriottico alla madre patria, ma aspetti concreti e specifici della sua lunga storia, della sua complessa cultura, e di un presente in cui dimensioni e prospettive locali si intrecciano a fenomeni nazionali e transnazionali. Ogni aspetto della nostra vita che sembra relegato a una dimensione regionale, provinciale, cittadina, può improvvisamente acquisire una dimensione e una rilevanza molto più ampia: per esempio, la recente partecipazione di Totti alla TV cinese è stata seguita da più di duecento milioni di telespettatori. Allo stesso tempo un evento globale può avere ripercussioni enormi a livello locale: con la diffusione del morbo della mucca pazza la pajata è scomparsa (almeno per un periodo) da tutti i ristoranti di Roma, così come la bistecca alla fiorentina e l’osso buco sono per un po’ scomparsi dalle tavole di Firenze e Milano.

L’importanza del ruolo della Cassamarca si può capire soltanto a partire da questa dimensione globale, ben al di là di retoriche binarie e facili dicotomie, per esempio sul rapporto fra Italia e Australia, o fra tradizione e innovazione. È all’interno dei processi di globalizzazione che diventa essenziale il ruolo di quelle istituzioni in grado di educare alla complessità, all’incontro e al dialogo. In un paese come l’Australia questo si può fare per esempio sfidando l’ancora dominante prospettiva anglocentrica e coloniale attraverso l’insegnamento di una lingua straniera.

Mi sono trovato di recente a riflettere sul peso che la mia vita privata ha sul mio mestiere di ricercatore e insegnante. Uso a proposito la parola mestiere, per sottolineare il carattere artigianale di chi con cura e pazienza cerca di costruire e trasmettere conoscenza. Certo un tempo i mestieri si imparavano a bottega, ma, come sia gli storici dell’arte e dell’architettura che gli storici dell’emigrazione sanno bene, tanti mestieri imparati a bottega venivano poi praticati ed esportati in giro per il mondo. Tanti accademici italiani di oggi sembrano seguire simili sentieri, artigiani della scienza e della conoscenza che dopo aver imparato il mestiere in Italia si trasferiscono all’estero. Non si tratta e non si è mai trattato di fughe di cervelli, ma di professionisti che trovano in un contesto globale la loro più naturale collocazione.

Io sono nato in Italia, dove ho studiato fino alla laurea, per poi trasferirmi in Australia per il mio dottorato. Sono cittadino italiano e da qualche mese anche cittadino australiano. Sono di madre lingua italiana, ma nella vita di tutti i giorni e nel mio lavoro di ricerca parlo e scrivo prevalentemente in inglese. Parlo anche francese, capisco lo spagnolo e sto studiando il tailandese. Negli ultimi anni ho colaborato con colleghi che vivono in Italia, Australia, Nuova Zelanda, Regno Unito e Giappone, e ho incontrato colleghi da ogni parte del mondo. Insegno lingua e cultura italiana, ma anche storia delle migrazioni; e nella ricerca mi interesso soprattutto di storie di migranti e di storie di passione calcistica. Queste ricerche nascono dal desiderio di capire e studiare fenomeni storici ed eventi contemporanei che sfidino i confini e le identità nazionali, manifestandosi sia a livello locale, che a livello transnazionale e globale.

Agli inizi della mia vita da ‘cervello in fuga’ mi sembrava che il cosidetto ‘sistema Italia’ mi avesse costretto ad andarmene. Oggi sono invece convinto che il mestiere del ricercatore abbia senso solo in una dimensione transnazionale, una dimensione complessa che sembra talvolta sfuggire a chi impone agli operai una rinuncia globale ai propri diritti, ma poi continua a fondare il proprio potere economico su un consumismo omologante, e il proprio potere politico su identità locali e nazionali immaginarie, sostenute da paure irrazionali e superstizioni religiose. La fuga, se così si vuole continuare a chiamarla, è diventata col tempo la quinta essenza della mia vita e del mio mestiere, un appassionato atto di ribellione, un invito, come suggeriva Foucault, non a scoprire chi siamo, ma a rifiutare chi siamo.

Dunque, in tale prospettiva, l’importanza della Fondazione Cassamarca non è per me nel suo contributo al recupero di memorie artificiali, di tradizioni inventate, e di grandi narrative storiche che connettano retoricamente frammenti di storie infinitamente più complesse. Non è neppure nel sostenere la retorica dell’identità a uso e consumo di politicanti e imprenditoruccoli. Il contributo della Fondazione Cassamarca, il motivo per cui sono fiero di essere un Lettore Cassamarca, è invece nella direzione di un processo di globalizzazione che deve essere basato su complessità, leggerezza e flessibilità, e non su omologazione, pesantezza e rigidità.

Insegnare la lingua e la cultura italiana in un’università australiana, grazie al supporto fondamentale della Cassamarca, significa per me prima di tutto educare gli studenti a questi valori, facendo loro scoprire quanto si possa imparare e come si possa vivere quando si è pronti ad abbandonare una posizione comoda e rassicurante come quella del parlante madrelingua, per comunicare invece in una lingua altra, che i nostri interlocutori spesso conoscono meglio di noi. Dare agli studenti questa apertura mentale, dar loro la possibilità di avventurarsi in un terreno così misterioso come lo studio di una lingua e una cultura straniera, vuol dire prepararli ad un mondo della cui complessità bisogna essere coscientemente e criticamente partecipi, se non si vuole diventarne vittime. Allo stesso tempo, la Cassamarca dà agli studiosi che sostiene finanziariamente e a tutti coloro che usufruiscono delle sue iniziative la straordinaria opportunità di studiare, comprendere e interpretare meglio questa complessità.

Nella mia vita transnazionale ho avuto modo di ascoltare e contestare una serie infinita di stereotipi, fraintendimenti e generalizzazioni: sui romani, sugli italiani, sugli australiani, sulle tailandesi (per via di mia moglie), sui paesi d’origine dei miei più cari amici, sui gay e sui transessuali, sugli ebrei, i cristiani e i musulmani. Tali generalizzazioni, anche quando apparentemente positive, spesso rappresentano un fallimentare tentativo di semplificare e in qualche modo rifiutare la complessità dei nostri tempi e del nostro mondo, appesantendo e irrigidendo dentro corazze ideologiche identità che sono invece in continua trasformazione.

Oltre alla possibilità di insegnare la lingua italiana, la Cassamarca mi ha dato l’opportunità di studiare e insegnare la storia delle migrazioni transnazionali, comprendendo i rischi sociali, politici ed economici di chiusure razziste e xenofobe, e riconoscendo nella migrazione un fenomeno costante e centrale nella storia dell’umanità, vitale per il suo sviluppo economico e culturale.

L’Italia, come è stato detto in passato, è di per sé un’astrazione geografica. Andare al di là della retorica e degli stereotipi vuol dire scoprire e far scoprire un paese complesso, immaginario e carnale, che non è mai stato e mai potrà essere rinchiuso all’interno di quella astrazione. Non importa che si parli di Totti o di Michelangelo, di Belli o di Dante, di pajata o di tiramisù: la complessità dell’Italia e dei processi di continua trasformazione e interrelazione con il resto del mondo va studiata e compresa criticamente.  Le iniziative all’estero della Fondazione Cassamarca e il lavoro dei tanti lettori Cassamarca sono per me dei tentativi coraggiosi di promuovere, attraverso lo studio e l’insegnamento delle storie, culture e lingue dell’Italia, ben oltre i suoi confini geografici e ideologici, una partecipazione cosciente e critica alla complessità del nostro mondo e del nostro tempo.

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