The Pike e la rete di d’Annunzio predatore

Stefano Bragato   University of Reading

D'Annunzio_4L’ultimo colpo di coda delle celebrazioni per il 150° anniversario della nascita di Gabriele d’Annunzio (non scevre, purtroppo, del tipico tangenziale pasticcio all’italiana) è arrivato poche settimane fa, quando la discussa biografia di Lucy Hughes-Hallet (The Pike, London: Fourth Estate, 2013) ha vinto il prestigioso “Samuel Johnson Prize for Non-Fiction”. Tra le ragioni dell’assegnazione, informano i giudici, lo stile ricco e l’insolita organizzazione narrativa (che balza avanti e indietro nel tempo), elementi questi che riuscirebbero a rendere sopportabile un “repellente egoista” come d’Annunzio. Una biografia sicuramente interessante e soprattutto molto godibile, che forse non getta una luce particolarmente nuova sul poeta-soldato, ma che senza dubbio ne sfaccetta abilmente la figura.

Tuttavia, il libro conta quasi settecento pagine. Prima di avventurarsi in una tale impresa, il lettore medio vorrà forse saperne qualcosa di più. Ecco allora entrare in gioco la recensione, avente nei fatti più lettori del libro stesso, e (è la sua funzione) diretta ad allestire del libro un’immagine pubblica. Complice il premio, The Pike ne ha ricevute molte, di recensioni. Qui, d’Annunzio è spesso presentato nella veste di personaggio intrigante, di piccante mondano (aspetti da sempre di successo in ambito anglosassone), di genio sregolato che conquistò stuoli di dame e si appropriò di una città intera (Fiume), dando vita qui a una “prova generale del fascismo”. Alcune delle definizioni appioppategli: “a debauched Italian artist who became a national hero”, “a sex-crazed demagogue”, “the first skinhead”, “Godfather to Mussolini”, etc.

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Mussolini and d’Annunzio, 1920s
© Bridgeman Art Library / Private Collection

Tralasciamo qui i rapporti tra d’Annunzio, il fascismo e Mussolini, molto più complicati di così; e non impelaghiamoci neanche nella difficile questione di Fiume, del suo status politico-sociale e dei personaggi che la popolavano (consiglio a tal proposito il bel libro di Claudia Salaris Alla festa della rivoluzione: artisti e libertari con d’Annunzio a Fiume, Bologna, Il Mulino, 2002). Ciò che spicca in queste definizioni è, a me sembra, l’assenza (o la semplice citazione superficiale) di riferimenti a d’Annunzio come a un autore di letteratura. Lucy Hughes-Hallet lo considera “a writer of significance”: e sembra suggerire che tale sarebbe rimasto ai posteri, alla stregua dei Maeterlinck o degli Spitteler, se a questa dimensione non si fosse giustapposta l’immagine di seduttore, guerriero, politico, etc.

Sì, d’Annunzio fu soprattutto questo: uno dei primi divi dell’età contemporanea. Ma troppo spesso, io credo, si dimentica che egli fu, prima e contemporaneamente a tutto ciò, un autore paradigmatico della letteratura italiana. Ogni scrittore successivo ha dovuto (sono parole di Montale) “attraversare d’Annunzio”, ossia fare i conti con la sua opera di rinnovamento della lingua (a colpi di risemantizzazioni, ricerca del raro, recuperi dai classici), col suo slegarla dal metro barbaro e gettarla nel Novecento, col suo stile teso di clausole ritmiche e con una sensibilità già postmoderna. Se poi ci rivolgiamo al sociologo della letteratura, egli ci confermerà che d’Annunzio fu il primo in Italia a ripescare dal fango l’aureola persa da Baudelaire e a rificcarsela in testa, con le proprie mani; ma soprattutto, a intuire che a mantenerla lì non sono più influssi di dei, Muse o principi, ma la massa dei lettori.

D’Annunzio sprovincializzò la letteratura italiana, aprendole i confini dell’Europa. Furono invero in molti a notare come questo avvenisse attraverso appropriazioni più o meno dichiarate di stile e idee di scrittori stranieri (la famosa “polemica dei plagi”): a costoro, i dannunziani indicavano religiosamente un passo del Piacere in cui si legge che Andrea Sperelli, il protagonista-alter ego, “per incominciare a comporre aveva bisogno d’una intonazione musicale datagli da un altro poeta”. Oltre che conveniente risposta alle malelingue, questo pluricitato passo suona quasi come dichiarazione di poetica. La poesia di d’Annunzio è fatta di intonazioni, spunti, scintille catturate e coltivate poi a opera d’arte. In che modo, è poi difficile afferrarlo: la critica dannunziana ha fatto passi da gigante, ma il territorio della creazione artistica è, come sappiamo, piuttosto imperscrutabile.

Suonerà allora interessante sapere che d’Annunzio ha tuttavia lasciato una sorta di registro di molti di questi spunti. Questo è, infatti, uno dei modi in cui si possono leggere i suoi taccuini, i fedeli libretti che portò con sé nell’arco della sua vita, e che sono in gran parte arrivati fino a noi (Taccuini, Milano, Mondadori, 1965; Altri taccuini, Milano, Mondadori, 1976). Qui egli descrive instancabilmente ogni dettaglio della realtà che lo circonda: paesaggi naturali e urbani, palazzi, chiese, musei, quadri, etc. L’occhio sempre vigile, il poeta segue instancabile il suo principio guida per cui “tutto parla, tutto è segno per chi sa leggere – In ogni cosa è posta una volontà di rivelazione” (Taccuini, 619-20): l’artista deve prestare costante attenzione al mondo circostante, per coglierne le sottili trame analogiche (su questo consiglio la bellissima Dell’attenzione, una tra le prime Faville del maglio). Questi stimoli saranno allora intrappolati nella rete dei taccuini, costantemente tesa sulla vita e sul mondo, e riproposti in forma nuova in opere successive.

A monte di ogni opera, insomma, c’è un assiduo lavoro di catalogazione della vita, condotto con stupefacente tenacia. La famigerata capacità di d’Annunzio di mutare forma con il mutare dei tempi, adeguandosi di continuo, è insomma anche figlia di un’opera mastodontica di costante aggiornamento della realtà come i taccuini. Anche in questo senso, allora, d’Annunzio è davvero “the pike”: il luccio predatore, immobile, ma pronto a guizzare su idee o stimoli esterni per ingoiarli, farli suoi, e riesprimerli in poesia.

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